POLENTA E LUNA
(Antonio Cècu Ferrari)
Contando e cantando sulle rive dell'Adda
Prefazione
di Angelo Stella
Cècu Ferrari è un narratore, un racconta-storie portato dai suoi ritmi vocali a essere canta-storie e poeta, nella pianura che l'autunno copre con brancade de nebia, dove scorrazzano la lua, la burda, el calìu, dove la calura secca le foglie e le contorce, da parere avvitate ai rami: le foeuie 'n sü le piante / i parun 'nvidade. Lì, per guardare lontano, occorre alzare gli occhi al di sopra delle tegole e dei campanili, al ciclo, alla luna. al sole: la bassura dice che anche la misura del tempo, come in tutta la pianura lombarda, è a livello terreno, schiacciata dal torpore.
Le strade, le curi, i cantón della Bassa: una successione che sembra costringere lo sguardo, ridurre il panorama, come ogni 'angolo', su un punto, il vertice; un criptico climax che si muove negli spazi uguali, piani e ricchi di colore, e li chiude. Il percorso nostalgico, a ritroso delle strade de la vita, può forse sfociare contro una parete, in un imbuto, al fondo infernale del cono, nel vicolo cieco, al crudele nodo della nassa, che, annotava ambiguamente un antico milanese, spegne il guizzo dei pesci, soffoca l'estremo palpito dell'agonia: "a la coa de lo baltravello se pia lo pesso?". Fuori da metafore fluviali, lo sbocco prospettico della poesia dialettale è il polo amaro e carcerario del rimpianto del mondo contadino, eseguito dal coro di una generazione superstite al tempo vernacolo, erede di una parola che si compiace in un sorriso lagrimoso del proprio passato, sü i avri di ani bèi?".
L'angolo zenitale, il luogo e il tempo dell'ispirazione, dove Cècu Ferrari, il cantastorie, si è fermato a guardare, è appartato, lungo lo scorrere dell'esistenza e dell'acqua del fiume, nel breve e vasto cerchio al cui centro è un ponte che passa l'Adda che passa. In alto restano appesi gli interrogativi collocati da colui che, secondo alcuni scienziati, ha premuto il pulsante del big bang, e, secondo il contadino - quel che porta / i soculi - ha realizzato i piccoli miracoli vegetali; tra i più semplici, il brevettato cappello per le ghiande ( delle querce? ) : ma 'l capèl a le giande / gh'la fa sèmper Lü..
.Come gli alberi ombreggiano i loro frammenti, le ceppaie, al margine del campo, i paisàn sono giunti, generazionalmente, al punto sereno del non ritorno dal loro tempo di gara: urmai sém in gabada / el camp l'è tüt arad; e la parola del dialetto sembra spremere dalle povere sillabe la non dimenticata fatica, ed esaurirla: Laurà, / slaurassà / e amò sgubatà. Nella competizione dura e affettuosa con la terra, atomizzata in tante zolle, ognuna pareva pronta a sfidare le altre e l'uomo, e a sorprenderli nello spunto della rinascita primaverile: e la lota / de tèra / pian, pian la burbota.
Fino a ieri era lei, a dettare parole e metafore alla filosofia dei contadini, con la coscienza del bene e del male, paragone della loro microstoria quotidiana a confronto con la grande storia delle nazioni. e con l'al di là della religione. Ora che il mondo corre senza freni e pù gnanca / 'na roeuda de scorta, che i gelsi crescono solo nei sogni dei bachi (cosi la libertà interpretativa legge I cavalé i sgùlun n'i sogni bèi), il progresso impone al dialetto parolone necessarie ma da rigetto: il prugrèss, con i tovaglioli sterilizzati, sterilisad. Gli aggettivi dei vecchi e quelli più recenti accumulano e confrontano repertorialmente i significati per valutare, ogni sera, la giornata, e si sforzano di accenderne il senso più profondo nella scintilla dell'interazione ossimorica: bagnada, masarada, / insulada, culdada, / barblada, 'ncartada, / fusca, ridénta, / groeuva, lingèra, / mùnùsina, s'ciasegada, / stréncia e sütila.
Cècu percorre distesamente, al passo, un paese geograficamente reale ma referenzialmente indefinito, perché della memoria; e sentimenti e pensieri si manifestano d'improvviso, come un colpo di vento, un raggio di sole, come il volto della luna o una sumelgada, un lampo.
L'amore tenero del contadino è quello della Nencia, ma sopravvive con i rossori di Lucia, e con i suoi miracoli, visto che la Bocca quasi giunge a mordere, insieme alle prugne selvatiche e ai pomodori, anche il sole:I tò oeugi / du brasche, / le golte / dü maribulàn marüdi / e la buca / un pumàtes pién de sul / apéna sgagnad. L'unico termine di trasfigurazione possibile per lei, causa, diviene la focaccia dolce, la bertolda; o forse, per lei effetto, la scossa balossa, un brivido, quello dell'acquerugiola autunnale {sbrunsinèva: 'piovigginava'). I sentimenti più solleciti si accendono e si incarnano, si inerpicano lungo le interminabili gambe, le sgangèrÌe della Lina, mai finide / puciade nel sigion / riparad da poche robe, e la contemplano: eccola che, immensa, la se slavargia, e poeu la se suga, la se peténa, con civettosa delicatezza: già,«o' pettene che piettene ètrezze a Maddalena»... A inseguirla, sullo sfondo, un Renzo sbruffone, un galét /da la crèsta / levada un io acrobata e provocatore, che la pissada / la fèvi / 'ntant che 'ndèvi / in biciclèta. Ma pronto a commuoversi, sempre come il montanaro nella Milano sconvolta dalla carestia e dalla peste, alla vista di un povero, di quèi d'una volta, con una mano protesa alla fine di un artificiale lunghissimo braccio sintattico: giachéta ziada / pésse in sül cül, / barba da busch. / oeugi smurfadi, / avri murèi, / léngua de can / e man slungada.
I ricordi cercano dunque il loro rifugio, guidati sul filo del dialetto robusto e inventore di immagini che li salva dall'autocompiacimento oleografico: I trotun / desligadi a vulént, trottano liberi svolando. Verso la casa, il camino, la chiesa, l'osteria. Una volta al sicuro, chiudono l'uscio mentale, escludono il nemico non odiato, il messéda-carte d'un pan poss, si intrattengono con amici, familiari, don Lüigi e Vincéns, san Bassan e il secrista, il cavallo a nome Binda, e lui, Ivan il campione, il dio di Roserio della Bassa, ancora contadino nell'anima, che continua a rusare, a collaudare la fatica, come già il campionissimo di CastellanÌa:
Bufa
cul buf d'l'om
che l'ha trai in tèra
andane de trifoeui,
nempÏd cassi de fÈn
e pregad in sdenoeug
continua...