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venerdì 20 ottobre 2017 ore 21:36
S. Maria Bertilla Boscardin
IL GIORNALE IN EDICOLA
DIALETTO
Il dialetto
S’ag dis che lè adrè a mangià a fiad d’oca
17 agosto 2017

L’altor dopdisnà seri al bar dl’uratori ad Fumbi adrè a giügà ai cart, o mei, tame me solit, a perd a giügà a scua d’ass. Gh’era un fiuletin che al süteva andà atac al bancon, al guardeva se un quaidün la sminceva e po’, cun una velocità mai vista, al brancheva una manada ad patatine e si ha rüseva in buca. Ierun le patatine pr’i aperitiu e, quindi, ierun a dispusision da chi vureva mangiai pagando, però, la cunsümasion. Al barista, l’ha vist che al fiuletin al maneva una volta, po’ du volt; ala tersa manada ag guarda e ag fa:” Vöt finila da mangià a fiad d’oca?” Al fiuletin, tüt vergugnus, l’ha ciapad la strada dl’üs e lè sparid dala circulasion. Mi som stai lì un po’ a pensag e pö’, vist che a cart gh’evi gnent da guadgnà e che arent gh’evi Vitori Culnaghi che l’è l’inventur dal disiunari dialet fumbies -italian, g’ho dumandad:” Parchè quand vün al sbafa a gratis s’ag dis che lè adrè a mangià a fiad d’oca?” Vitori lè stai gnanca tant a pensag e al ma cüntad sü che prubabilment cal pruverbi lì l’ha inventad vün che al guardeva tame as feva ingrasà i och par fag vegn al fidog bel gross par fa al patè. Parchè par ingrasà i och i druevun parfin al pedriöl par mandag sù la roba dal becc. I tegnevun ferm i och, ag dervevun al gargaröl e ag mandevun sù tant pastò da ingusai, pori och! Pö’ i och i gnevun miss in una gabia rutunda par fai miga möu in modo da ingrasà püsè ala svelta. I pulastor indevun atac ala gabia par ved se as püdeva catasű una qual brisa e, quindi, indevun “a röda” par ved se gh’era un po’ ad pastò anca par lur. Da ca roba chi, secund Vitori Culnaghi è stai tirad föra al pruerbi “ andà a fiad d’oca e andà a röda”, par prim parchè i och i gh’evun gnanca al fiad da tirà talment tant l’era al mangià che ag trevun sù dal gargaröl e par secund parchè ch’ialtor pulastor i girevun aturn, ciuè, i fevun la röda par catà sű cal poc che gh’e steva pü nal becc di och. Vitori, quand al cumincia chi discurs chi al s’ infervura e lè pü bon da desmet e l’ha cuminciad cul dim che ag n’è tanti da chi pruerbi chi che ien stai fai dai nosti noni che i guardevun la natüra che gira inturn a nüm, ma mi g’ho dit che par stavolta ag n’evi asè e ho cercad se ghevi la pusibilità d’una rivincita a scua d’ass.

SI DICE CHE STA MANGIANDO “A FIATO D’OCA” (traduzione)
Qualche pomeriggio fa, mi trovavo al bar dell’oratorio di Fombio tutto intento a giocare alle carte, o meglio, come mio solito, tutto intento a ingegnarmi come perdere giocando a scopa d’assi. C’era anche un ragazzino che continuava ad avvicinarsi al bancone, guardava se qualcuno lo osservava e poi, con una velocità stratosferica, afferrava una manciata di patatine e la metteva subito in bocca di nascosto; erano le patatine per gli aperitivi e, quindi, erano gratuite per chi voleva mangiarle, ma si doveva pagare la consumazione di una bevanda. Il barista lo ha visto ripetere lo scherzo una volta, poi una seconda volta, alla terza manciata guarda fisso il ragazzino e gli urla:” Vuoi finirla di mangiare a fiato d’oca?” Il povero fanciullo, tutto vergognoso, infila l’uscio e scompare dal bar. Io sono rimasto un poco pensieroso e poi, visto che alle carte non combinavo nulla di buono, e, soprattutto, notando che vicino a me c’era Vittorio Colnaghi che è l’inventore del dizionario dialetto fombiese – italiano, gli ho chiesto:” Perché quando uno fa lo scroccone gli si dice che sta mangiando a fiato d’oca?” Vittorio, a dir la verità, non ci ha pensato neppure tanto e mi ha spiegato che, probabilmente, questo modo di dire l’ha inventato un tale mentre stava osservando come si ingrassavano le oche per far loro venire il fegato bel grosso per ricavarne il prezioso patè. Perché per impinguare le oche usavano anche l’imbuto per mandare in gola quanto più cibo si poteva: si tenevano ferme le oche, aprivano loro il becco quanto più si poteva e ingurgitavano nutrimento in grande quantità per l’ingrasso più veloce senza permettere loro neppure di respirare tra un boccone e l’altro, povere oche! Ma non è finita: per permettere un rigonfiamento del fegato più svelto le oche venivano poste in gabbie strette e rotonde; da qui nasce un altro detto simile al precedente. Infatti, il resto del pollame si avvicinava alla gabbia delle oche per cercare di beccare qualche briciola di cibo scappata a queste ultime e quindi andavano “ a ruota” della gabbia per la “gola” di un po’ di “pastone” prelibato. Dall’osservazione di questi fatti sono nati i modi di dire “andare a fiato d’oca e andare a ruota”, in primis, perché le oche non avevano neppure il tempo di respirare talmente abbondante e veloce era il cibo gratuito da ingurgitare nel gargarozzo e, in secundis, perché gli altri polli facevano la ronda girando attorno alla gabbia delle oche per raccogliere quel poco cibo che le oche non riuscivano a mandare giù. Vittorio, quando comincia questi discorsi si infervora e non la smette più e ha cominciato col farmi presente che sono tanti i modi di dire che i nostri nonni hanno inventato osservando la natura e, soprattutto bisogna stare molto attenti a considerare sciocchi animali come le oche perché se non era per loro Brenno e i suoi Galli entravano in Roma coi romani addormentati e potevano conquistare la città senza combattere! Io, però, per questa volta, ho preferito rientrare nel gioco della scopa, magari, per un sette bello non giocato mi prendevo “dell’ocone” pure io!

Erminio Pettinari

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